"Il Quotidiano" mercoledi' 12 Marzo 2003

Il servizio pubblico ostile con gli animalisti Quei cani perseguitati

Il fallimento di una legge animalista e lo strano accanimento del servizio veterinario ASL4 di Cosenza
di Massimo Celani

In questi anni il servizio pubblico che ha delega a occuparsi localmente di 
randagismo si è distinto per la strutturale ostilità nei confronti delle 
organizzazioni animaliste. Incapace di stimolare i piccoli passi amichevoli dei 
cittadini, la ristrutturazione di vecchi rifugi o la costruzione di nuovi, nella 
credenza che l'Istituzione possa da sola risolvere una questione incancrenita, 
la dirigente del servizio sembra di fatto assecondare il gonfiaggio a dismisura 
delle poche strutture private e misconoscere più di una legge dello stato e pure 
la LR 41/1990 come modificata dalla LR 4/2000 che individua nelle associazioni 
animaliste gli unici partner possibili degli enti locali, ponendo divieto alle 
convenzioni coi privati. Ultimamente poi si accanisce sulla deportazione di 20 
dei 70 cani custoditi nel rifugio di Dipignano, questione che i lettori de Il 
Quotidiano conoscono bene. Recidiva, così come in passato a Cosenza e Rogliano, 
senza prima effettuare i tatuaggi e considerando alla stregua di cani vaganti 
quei cani custoditi esemplarmente, anche se in strutture deficitarie dal punto 
di vista normativo (giacché perlopiù si tratta di riuso di fabbricati sorti per 
altre destinazioni d'uso), regolarmente vaccinati e sterilizzati, prescrive 
l'avvio in strutture di gran lunga peggiori dal punto di vista, etologico e 
prossemico, del rispetto delle esigenze della specie. Ancora fresca è la ferita 
dei 184 cani "censiti" dall'A.S. n.4 presso il vecchio rifugio dell'ex foro 
boario di Cosenza , dei quali 118 arrivati a Torre Melissa nel settembre del 
1995, 33 smarriti / soppressi / affidati / deceduti tra quella data e il maggio 
del 1996 e i rimanenti 33, di fatto, scomparsi nel nulla. 
Nel caso che più direttamente m'investe, offre una strana sponda istituzionale a 
un provvedimento scellerato del Comune di Dipignano che, stimolato dalla stessa 
AS, decide di dismettere il rifugio comunale, annuncia la volontà di prendersi 
carico di 20 dei cani lì custoditi e contestualmente mi "intima" il 
trasferimento a mie spese in una struttura a norma di legge (vale a dire in un 
costoso lager privato) dei "restanti"50. Quei 20 la nota dottoressa non vede 
l'ora di venirseli a prendere, per un'inutile replica di misure profilattiche 
che sono state ovviamente già praticate da numerosi colleghi veterinari alcuni 
dei quali già collaboratori della stessa azienda sanitaria. O peggio, ma non
voglio credere a quanto riferitomi da un assessore dello stesso Comune, con la 
finalità di una programmata decimazione (nella errata supposizione che alcuni
siano gravemente malati). Sembra non intendere che quel numero arbitrario (20) è 
semplicemente sovradeterminato dalle magre finanze del Comune che in questi anni
pure molto ha risparmiato alla mie spalle. Sembra anche misconoscere l'operato 
di almeno otto suoi colleghi che si sono prodigati nelle cure, nelle 
vaccinazioni, nelle sterilizzazioni. La riprova è che, negli otto anni in cui ho 
mandato avanti quella struttura comunale (sottolineo comunale), non si è 
registrato un solo caso di cimurro o di parvovirosi. Il che vuol dire che la 
gestione sanitaria, nonostante le mille difficoltà e l'esiguità delle risorse 
finanziarie, è stata esemplare. Non credo che lo stesso risultato possa essere 
all'appannaggio del cosiddetto canile sanitario di Mendicino così autorevolmente 
gestito e sul quale mi sembra pendano qualche denuncia e un paio di 
interrogazioni parlamentari. Non paga, coerente col suo tradizionale stile, oggi 
"interroga" i suoi colleghi veterinari, rei di aver curato quei cani e/o di non 
aver denunciato (me o la distratta amministrazione dipignanese?) per la mancata 
iscrizione all'anagrafe canina. La dirigente mostra di non capire una cosa 
semplice semplice e insiste nel considerare alla stregua di randagi dei cani che 
sono custoditi da molto tempo in un rifugio comunale e che hanno avuto fino ad 
oggi nel sottoscritto un ottimo tutore (ormai allo stremo). Che non sia un 
canile a norma di legge (ma in Calabria ne esistono?) questa è un'altra 
questione e se non hanno un tatuaggio dipende dalle magre finanze di quel Comune 
che finora ha tergiversato e oggi prova maldestramente a scaricarne sul 
sottoscritto la proprietà. 
Non è strano che la responsabile del servizio veterinario dichiari guerra ai 
volontari e alle associazioni animaliste, che non veda quanta poca legge ci sia 
nelle strutture per le quali autorizza capienze discutibili, che usi biasimare 
le persone compassionevoli che somministrano cibo a cani e gatti randagi, che 
richieda "l'unanimità" per le adozioni di quartiere (così scoraggiandole), che 
supponga che l'unica struttura ammissibile sia un angusto box in muratura 
informato al 41 bis, che di fatto scoraggi i Comuni dal costruire un qualche 
rifugio (questione di tipologia: le celle carcerarie sono costose, una tettoia 
una cuccia e un po' di prato no), che supponga che l'unico soggetto autorizzato 
a intervenire sul randagismo sia l'Azienda Sanitaria, vale a dire lei stessa? 

Massimo Celani