Il Domani COSENZA - mercoledi' 12 marzo 2003

Guerra e Cane
di Massimo Celani

Si fa presto a dire pace. C'è un memorabile carteggio tra Freud e Einstein 
sull'argomento ("Perché la guerra?") ma sarebbe come cominciare un discorso 
dall'alto, dal troppo alto, dal teorico. Proverò dal basso, dal molto in basso. 
Ore 13 di qualche mese fa, sulla strada di Vadue verso casa dei miei genitori. 
Mi ritrovo in una fila d'auto a scorrimento lentissimo. Solito incidente pensai. 
Infatti, al centro della carreggiata, vedo una 500 rossa. Lì nei pressi un 
ragazzetto che cercava qualcosa a terra. Mi fermo. In evidente stato
confusionale, stava cercando il pomello del cambio. Aveva sbandato, urtato il 
muretto ed era finito catapultato fuori dal finestrino. Al centro della strada 
lui e il pomello del cambio. Le due file d'auto, nei due sensi di marcia, 
imperturbabili, continuavano a schivarlo. Non ho mai raccolto tante bestemmie e 
tanti colpi di clacson. Le più inferocite erano donne di mezza età che forse 
avevano fretta di raccattare i figli a scuola o di preparare il pranzo. Saranno 
passate più di 500 automobili: nessuno si è fermato a vedere se c'era bisogno 
d'aiuto. Niente di eroico (anche se molto mi urta l'impudicizia) ma ero il solo 
che ha cercato di capire se quel ragazzetto si fosse fatto male, se per caso 
avesse sbattuto la testa, se avesse bisogno del pronto soccorso. Da solo mi sono 
improvvisato infermiere, vigile urbano e carroattrezzi. Da solo ho spinto quella 
500 rossa, con una ruota bloccata dal parafango, verso la cunetta. Si dirà: 
storie di ordinaria indifferenza.
Secondo esempio. «Sono un funzionario di ottavo livello, figuriamoci se posso 
dare informazioni di questo tipo». Trascrizione testuale di una rispostina di un 
tronfio dipendente Unical a due malcapitati genitori di Cropalati nel bailamme 
di Lezioni Campus (che detto fra parentesi dovrebbe prefigurare l'ospitalità e i 
servizi, oltre che propagandare l'offerta didattica). Si dirà: storie di 
ordinaria arroganza.
Terzo esempio. «Pronto, dottoressa abc?, sono xy (mesta e cortese, senza titoli 
nobiliari), il prof. Xyz mi suggerisce di indirizzarmi a Lei per l'assegnazione 
di un'aula ?».
Risposta: «Lei deve essere nuova. Adesso le spiego come funziona qui: forse lei 
mi vuole chiedere il favore (tono perentorio da sottolineatura mafiosa) di 
prestarle un'aula». Si dirà: storie di ordinaria prepotenza.
Quarto esempio. Pochi giorni or sono, Viale dei Giardini, Rende. Il servizio 
cattura dell'azienda sanitaria si porta via una cagnetta con tre cuccioli
piccoli piccoli. Quei cani ricevevano le cure di adulti e bambini, uno dei 
piccoli provvidenzialmente era già stato adottato, gli altri stavano per 
esserlo, per la madre si trattava di attendere che svezzasse i figli e poi 
sarebbe stata sterilizzata.
Mentre vengono portati via, destinazione lager sanitario di Mendicino, il 
silenzio degli astanti viene rotto dal plauso di una dirimpettaia: "portateli 
via, portateli via!". Va be', storie di ordinaria fobia. Dirimpetto alla fobica 
dirimpettaia c'è la dirigente del servizio veterinario che manda a dire: "volete
il cane di quartiere? Occorre l'unanimità!".
Tutti gli attori sopra sommariamente descritti credo abbiano un tratto comune: 
sono in guerra. Ma non con sé stessi. Il che li ricollocherebbe in una nobiltà 
d'animo di un Kafka: coscienza di sé come di un nemico, aggredirsi, esplorarsi, 
darsi la caccia. Sono in guerra con l'altro. Protetti da una corazza metallica 
(l'automobilista), narcisistica (il funzionario di ottavo livello), mafiosetta 
(l'amministrativo che gestisce le aule), nevrotica (la signora che inneggia 
"portateli via"), burocratica (la dirigente del servizio veterinario).
Non so nulla di statistica, non uso contare i manifestanti, ma ho l'impressione 
che i digiuni e le bandiere di pace siano in un sospetto sovrannumero. Diffido 
soprattutto di quelle bandiere sulla facciata di palazzo dei Bruzi. Diffido di 
una pace di facciata, di chi si auto-attribuisce competenze, di chi apostrofa 
gli elettori con ohicò. Città dei diritti umani, città d'asilo chi lascia padre 
Fedele solo a lottare con l'accoglienza, i barboni per strada, non so quanti 
cani a marcire a Torre Melissa e i corpi di gatti e cani sulla strada per giorni 
e giorni? Giusto per non mostrare "accanimento" con le cose patrie e per 
delocalizzarmi un po', aggiungo che ho la stessa percezione di Salerno con la 
quale ho avuto negli ultimi anni una certa frequentazione. E' da tre anni che, 
arrivando in stazione, noto una vecchina (ma forse è più giovane di quanto 
appaia) che abita tra il terzo binario e la sala d'aspetto. Ha le gambe gonfie 
(scoppieranno?), curva col mento che lambisce lo sterno, sempre indaffarata a 
trafficare con le sue cose contenute nelle buste del supermercato. Ha pure una 
sua singolare eleganza: ombretto azzurro e sciarpetta di seta, ricorda vagamente 
Dacia Maraini. Di giorno è facile vederla nei pressi della fontanella intenta a 
lavarsi le calze. Di sera si rifugia nella sala d'aspetto, finché la polizia non 
la butta fuori. Dove andrà poi non si sa. Anche a Salerno ho contato troppe 
inutili bandiere di pace.
Così, ho scritto. "Perché ti stimi assai, così tu scrivi" avrebbe glossato 
Salvator Rosa. E non solo: "quello contro cui scrivo non sa leggere". Ecco più 
di una traccia guerrafondaia anche in questo breve testo. 

Massimo Celani