|
Lettera aperta agli assessori al Turismo e alla Cultura Le leggi dell'ospitalità di Massimo Celani Molti turisti, quando arrivano in Calabria, restano colpiti dai grandi numeri del randagismo, dal diffuso maltrattamento, dall'assenza di un minimo di gratitudine nei confronti dei cosiddetti animali da lavoro nelle nostre campagne. E ne scrivono sui giornali a grande tiratura. Al contrario, quando i calabresi si recano all'estero, in Francia, in Austria, in Germania, restano colpiti dall'assenza di qualsiasi forma di randagismo e dalla presenza in ogni famiglia, in ogni casa, per piccola che sia, di un cane o di un gatto. Il randagismo è un fenomeno che non riguarda dunque il semplice campo socio-sanitario. E'una questione di biglietto da visita, di quanto di indiziario o di sintomatico possa rappresentare per colui che arriva nella nostra o nella terra altrui. Il riconoscimento dei diritti degli animali tutti e in particolare di quelli cosiddetti da compagnia (così nominando - in modo buffamente antropocentrico - cani e gatti) è dunque da situare nell'incipit, nel punto di cominciamento di un discorso sull'ospitalità. Intendendo l'accoglienza e l'ospitalità come prodromi di un discorso vero (non di facciata, non di semplice immagine) sul turismo. Gatti infiniti, infiniti cani. E' la questione dell'arrivo: il finito non ha la proprietà di accogliere l'infinito. Ecco riproposto quel crinale in cui convergono lo stesso e l'altro, ossia la disparità, ciò che obbliga ad iterare. E' in gioco una porta eternamente spalancata, capace di impedire alla casa di delimitarsi in modo netto rispetto a quanto è fuori. Un concetto che dovrebbe piacere a quel frate troppo impegnato nel fare (n.d.r.: Padre Fedele) per trovare il tempo di condividere delle belle parole (non mie, sono di Francesco Garritano e di Jacques Derrida). Per questo m'indirizzo agli assessori regionali alla Cultura e al Turismo e ai Presidenti dei corsi di laurea in Scienze turistiche e in Scienze sociali per la cooperazione, lo sviluppo e la pace dell'Università della Calabria. Rispettivamente: Zavettieri, Gentile, Marra, Pieroni. I primi possono già fare, possono correggere (da vecchi socialisti quali sono) alcuni indirizzi effimeri, intercettare fondi e metterli a disposizione di questa idea di ospitalità a tutto campo. Azzardo un invito a due minuti di riflessione, a fermarsi su una soglia civile, etico-politica, prima di immergersi nei numeri dei flussi dei visitatori, dei generatori di traffico, degli eventi e delle strutture ricettive. Gli altri (i presidenti dei corsi di laurea) possono formare, stimolare i ragazzi di Arcavacata alla complessità dell'arrivo e della condivisione. Un campus, prima di essere una esperienza di studio, rappresenta infatti una particolare esperienza abitativa. Dove buona parte degli studenti e dei docenti sono - in un certo senso - dei turisti "per caso". Colui che arriva, l'arrivante, cane o gatto che sia, rognoso, scodinzolante o ronfante, che per caso incontriamo per strada o più facilmente nei pressi di un cassonetto, è un dono. Come non chiacchierarseli a suon di crocchette? Non è una languida imago brevettata dalla Barilla. Nelle nostre case (per i fortunati che ne hanno una a disposizione) si continuerà a litigare e a farsi del male (meglio poi se si cucinasse un piatto di pasta Lecce, che è buonissima ma con gli operai allo stremo), ma quel gatto e quel cane ci faranno comunque bene. Nel senso che noi faremo del bene a lui e lui ne farà a noi. Gli americani, con un riduzionismo che ne liquida la portata etica, la chiamano pet-therapy. Anche per questo risulta insopportabile il diktat che di tanto in tanto arriva dall'istituzione, dall'ingenua veterinaria d'accordo con qualche pessimo amministratore pubblico: non date da mangiare ai randagi! Parossismo pragmatico e delirio istituzionale: se sazi non abboccheranno alle esche e non potranno essere "catturati". Ecco cosa resta di una legge protezionista e animalista. Certo non basta l'elemosina, notturna e furtiva, degli avanzi di cibo (fermo restando un risvolto pratico non indifferente: almeno non rovisteranno tra i sacchetti e non diventeranno forastici). Ma prima occorre fare amicizia e il cibo deve preludere a un altro passo: l'adozione. Ma se non c'è quel gesto inaugurale del cibo, quella carezza alimentare, quel "vieni", quella piccola sovversione del con-tatto, ci priveremo della sorpresa del camminare assieme, della percezione di movimenti più docili dei nostri. Sto parlando di cani e gatti ma sto pensando a profughi e migranti. Penso agli sbarchi a Crotone, a Riace e a Badolato. Immagino che quella coi quattrozampe sia una palestra buona in sé e buona pure per un'idea di accoglienza dei duezampe. Penso a un risalire la catena (non importa la specie, la razza, la provenienza) con un automatismo che ripeta lo stesso gesto, la stessa porta spalancata. Chi invece usa contrapporre o anteporre l'immane problema dei bipedi a quello dei quadrupedi di solito non si pre-occupa né degli uni né degli altri e finisce con l'occuparsi solo di se stesso. Vale a dire del nulla. "Calabria, luogo comune" titolavamo molti anni fa una proposta di campagna pubblicitaria (mai realizzata) al fine di inanellare l'antica ospitalità nei confronti delle collettività valdesi, albanesi ed ellenofone, continuando a suggerire un'idea di comunità aperta agli incontri, di luogo comune nel senso di comunitario. Prendo atto che si trattava di uno slogan ideale, velleitario o comunque prematuro. Lo è ancora oggi. Dedico questo breve testo a Marina Machì, a Francesco Garritano e a Silvano Facioni, che nel sopportare i miei troppi cani, mi hanno introdotto - traducendolo - al pensiero dell'ospitalità. Quello di Jacques Derrida. Saluti marxisti-animalisti. |